Byung Chul Han, uno dei più grandi filosofi dei nostri tempi ci avverte: lo smartphone è dittatura.

Schiette, ma feroci, sono arrivate le parole di Byung Chul Han, a noi, a chi le vuole ascoltare, attraverso una rara diretta streaming, il 29 ottobre scorso presso la Galleria Nazionale a Roma.

“I non oggetti” di Byung Chul Han

Una cosa eccezionale, visto che lo studioso sudcoreano, nato a Seul nel 1959, dove ha studiato metallurgia, emigrato in Germania negli anni Ottanta (dove ha iniziato gli studi umanistici, diventando docente della teoria della cultura, all’Universität der Künste di Berlino), non ama farsi riprendere e non ama fare dirette. Non ama di fatto il mondo digitale, o meglio, lo guarda con sospetto, cercando di trarne i benefici, se necessario, senza però diventarne schiavo.

Un tema attualissimo, che lui affronta nel suo ultimo libro “I non oggetti” ( o anche “Le non cose”) – L’informazione del mondo reale” pubblicato da Einaudi in questi giorni.

Una società di Infomani

Non cose per l’appunto, “Undinge” in tedesco, che vuol dire proprio “assurdo” o “sciocchezza”. Le non cose che noi cerchiamo in maniera convulsa su Internet, attraverso lo smartphone. Una miriade di informazioni, che ci tengono costantemente attivi, a discapito della contemplazione, che tanto ci fa bene, rendendoci degli “Infomani”.

“Se osservo le persone assorte davanti alle opere d’arte – ha raccontato – mi convinco sempre più che il fine ultimo di tutti gli sforzi umani sia l’osservare, la nullafacenza, la vita contemplativa, che ripaga tutti nostri sforzi. In questi giorni sto scrivendo un libro proprio sull’inattività, quasi una controparte alla Vita Activa di Hannah Arendt. Non per contrasto, ma per controbattere a questa urgenza di agire che caratterizzava la Arendt“.

Poi, prendendo spunto dall’Isola dei senza memoria di Yoko Ogai , si addentra nell’analisi di quella che lui definisce “la nuova società dell”infomania”, dove “le cose nascono per essere gestite, non per essere amate” e che continua a produrre non oggetti ma “infomat”.

Siamo schiavi ma non ci importa

Byung Chul Han pare abbia scoperto l’acqua calda, eppure, chi ha ascoltato le sue parole, non ne è rimasto indifferente, è stato impossibile. Come lo stesso filosofo ha sottolineato, stiamo vivendo un costante disagio perchè ci sentiamo privati della nostra libertà, ma non ce ne rendiamo conto.

Il filosofo parla di come questa repressione, che i colossal di Internet ci hanno inflitto, abbia il sapore dolce dello zucchero (Zuckerberg, il fondatore di Facebook neanche a farlo apposta, ha un cognome tedesco, che significa per l’appunto montagna di zucchero) e come ci illuda nel farci sentire “padroni del mondo”. In realtà noi siamo schiavi, perennemente connessi ad un dittatore che non solo prende di noi il tempo, ma anche dati sensibili, la nostra privacy, la nostra vita.

Dove sono finiti gli oggetti del cuore? Dov’è finito lo spazio reale in cui noi ci muoviamo e abbiamo cose da toccare, da stringere al petto, da ammirare, da contemplare? Cose che con la loro materialità ci sono ostili e per questo oggi rifiutati, in cambio dell’ accogliente touch screen di uno schermo liscio, che si plasma sotto le nostre dita.

Il vaccino non è repressione

Byung Chul Han infine fa una riflessione: la gente oggi si crede in dittatura a causa del greenpass. E’ facile ribellarsi contro lo Stato, nel momento in cui la sua repressione è reale, tangibile- attualmente il punto di vista dei No Vax – (perché, secondo Byung Chul Han, la democrazia, che comunque va sempre tenuta d’occhio visto che non è mai scontata, ha il dovere di tutelare la salute del popolo) – ma è più difficile farlo quando la repressione invece è invisibile, edificante, amorevole come lo è quella dei colossi ultra miliardari del web, come quella di Google LLC.

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